La tecnica - Icone Ferraboschi

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La tecnica

Le icone sono una forma di teologia visiva delle Sacre Scritture, per questo si dice che non sono dipinte, ma scritte. L'iconografo è colui che "presta le mani" al Signore per la sua manifestazione, è per questo che non ci sono firme sull'icona.
   Nell'icona nessun particolare è trascurato, "l'icona è un microcosmo che riproduce la verità e la perfezione del macrocosmo di cui è riflesso, un tempio alla cui costruzione prodigiosa concorre tutto il creato...tutto è offerto e sublimato affinché il Bello possa esprimere il Vero" (Paola Cortesi).
   Il legno della tavola deve essere compatto, senza nodi, stagionato; in genere si utilizzano faggio, abete, tiglio, betulla, quercia, cedro. La parte della tavola su cui si dipinge è quella che era rivolta verso il centro dell'albero (per evitare che diventi concava). Spesso le tavole sono rinforzate con traverse di legno incastrate perpendicolarmente all'andamento delle fibre.
   Sulla tavola si ricava poi il "kovceg", che è un incavo di alcuni millimetri (simboleggia l'intimità della figura rappresentata con Dio). Viene quindi stesa sulla tavola colla di origine animale calda, segue l'"incamottatura", cioè la stesura di una tela di lino imbevuta di colla, che ha la funzione di rendere resistente la tavola e rimanda alla prima vera icona (quando Gesù impresse il suo volto nel lino).
   Base della pittura è il "levkas", uno strato bianco fatto da colla di storione e polvere di alabastro, steso più volte a distanza di molte ore.
   La tavola asciutta e levigata è ora pronta per essere disegnata e incisa con una punta (per permettere di "vedere" la figura anche dopo la doratura). Per preparare la tavola alla doratura, la si liscia con punta d'agata e la si ricopre di "bolus" (una terra rossa) e colla, quindi si dispongono le sottili foglie d'oro (la luce di Dio) e infine la gommalacca.
   E' ora che inizia la pittura vera e propria, accompagnata da preghiera e digiuno. I pigmenti usati sono naturali (di origine minerale, vegetale o animale), preparati con tuorlo d'uovo, a cui si può aggiungere miele o resina. I colori più scuri dello sfondo vengono stesi per primi, poi si passa alle vesti e all'incarnato. Per ultimi vengono fatti i tratti bianchi, che schiariscono e danno volume.
   Al termine l'iconografo scrive, in genere in latino o in greco, il nome del personaggio, quindi l'icona è pronta per essere verniciata, in modo da fissare e proteggere la pittura. La vernice ("olifa") è fatta di olio di lino cotto, resine e sali minerali; questa vernice tende ad annerire col tempo, conferendo il caratteristico colore scuro alle icone antiche.

   Giovanna Ferraboschi segue le norme tradizionali della tecnica della pittura delle icone, concordando con l'affermazione che per chi dipinge icone il massimo dell'originalità consiste nella fedeltà alla tradizione.
Sotto la composizione di un'icona c'è una precisa geometria di forme pure: cerchi, quadrati e diagonali. Queste forme sono intrecciate in un insieme armonioso: è il linguaggio della geometria sacra.
   La preparazione della tavola di legno stagionato è eseguita con tecniche antiche: sul pannello vengono applicati più strati di gesso con una soluzione collosa; questo laborioso processo richiede almeno due giorni.
   Successivamente si passa al disegno vero e proprio del soggetto sacro, alla stesura dello sfondo e all'applicazione delle foglie d'oro.
   La pittura, eseguita con tempera all'uovo, deve essere molto precisa e rispettare la simbologia (non solo di forme, ma anche di colori) dell'icona.
   In alcune icone viene applicata  in rilievo un rivestimento d'argento finemente cesellata  (riza) come segno di venerazione.
 
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