natività - Icone Ferraboschi

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natività

La simbologia
Natale di Cristo
Icona, scuola di Novgorod, fine del XV secolo
di Giovanna Ferraboschi
("Il Faro" dicembre 1999)
“… il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”
(Gv 1,1.14)
   
   La storia dell’arte sacra a Novgorod comincia alla fine del X secolo parallelamente alla conversione della Rus’(antico nome della Russia) al Cristianesimo. La città sviluppa una cultura e una religiosità profondamente originali, caratterizzate da amore alla vita, da ideali di ascesi e purificazione e permeate di uno spirito da crociata contro il paganesimo ancora presente. Durante questo periodo fecondo vennero innalzate maestose chiese in legno e in pietra interamente ricoperte di affreschi e icone che spiegavano con un linguaggio semplice il Vangelo.
   Dalla chiesa di San Nicola nel villaggio di Gostinopol’e presso Novgorod, proviene l’icona del Natale di Cristo. Anticamente l’opera faceva parte dell’ordine festivo (serie d’icone che rappresentano le feste principali) dell’iconostasi della Chiesa.
   L’iconóstasi (parete lignea ricoperta d’icone che separa l’altare dal corpo della chiesa) di San Nicola è stata scoperta recentemente da collezionisti e storici dell’arte e smembrata. Le varie icone ora si trovano nelle collezioni private sparse in Europa e America.  Il “Natale di Cristo”, dopo vari passaggi di proprietà, fa parte della collezione Ambroveneto di Vicenza.
   Le testimonianze iconografiche del Natale risalgono al IV secolo allorché i pellegrini, ritornando dalla Terra Santa, portavano dell’olio santificato in ampolle su cui era incisa la rappresentazione nel suo nucleo essenziale. La rappresentazione grafica del Natale è canonica ed è rimasta inalterata fino ai nostri giorni: vi sono il Bambino, la Madonna, Giuseppe, la stella cometa, gli animali, i pastori ed i Magi.
   L’icona della Natività del Signore ci introduce alla commemorazione della memoria del mistero centrale della fede Cristiana: il Figlio di Dio si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi, divenendo la presenza di Dio fra noi.
   Accostiamoci all’immagine: la raffigurazione della nascita di Gesù a Betlemme, presentata con linguaggio semplice, diretto e poetico, si basa sulla narrazione dei Vangeli di Luca e Matteo (Lc 2, 1-20; Mt 2, 1-12), su una serie di racconti apocrifi tra cui il protovangelo di Giacomo e sui testi delle profezie d’Isaia.
   Nella composizione si possono distinguere varie scene che ruotano attorno all’asse centrale, costituito dalla figura della Madonna e del Bambino, secondo lo stile caratteristico dell’arte di Novgorod. L’icona non si limita a rappresentare il fatto, ma ne esprime contemporaneamente anche il significato teologico: il cerchio ideale disegnato da tutti i personaggi disposti intorno alla grotta sta a significare l’Unità Divina.  Il movimento d’amore che dal Padre raggiunge l’uomo attraverso il Verbo, per opera dello Spirito Santo, è simbolicamente espresso dal raggio di luce tripartito che dalla dimora di Dio si cala sulla grotta. Soffermiamo il nostro sguardo al centro dell’icona, dove si spalanca un antro che penetra nelle viscere della montagna.  La montagna, che simboleggia il Cristo, allarga le sue pendici fino ad abbracciare la metà inferiore della raffigurazione.  Alle sue pendici, tra le rocce e la vegetazione della Palestina, è adagiata, in una mandorla rossa e rivestita della porpora regale, la Vergine.  Dentro la grotta Maria: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”. (Lc 2,7).  La Madre di Dio non volge lo sguardo al Bambino, ma è assorta nella contemplazione di quanto di straordinario è avvenuto in Lei: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Tra la Madre di Dio e la grotta vi è il Bambino.  Egli è contemporaneamente il centro teologico e compositivo dell’icona: la sua testa si trova sull’asse verticale individuato dal raggio della stella.  E’ simbolicamente avvolto in bende mortuarie e posto nella mangiatoia-sepolcro all’interno della caverna buia: Cristo viene al mondo per morire, per discendere nell’abisso degli inferi, nel profondo del peccato e della morte da cui trarrà in salvo il genere umano.  Nell’interno della grotta vi sono il bue e l’asino. Gli apocrifi ci dicono che quando la Vergine pose il Bambino nella mangiatoia il bue e l’asino l’adorarono. Nella parte superiore dell’icona vi sono tre angeli, due guardano verso il cielo e uno si volge verso la grotta. E’ ancora un richiamo simbolico alla Trinità, la cui seconda Persona si è chinata verso il Bambino porgendoGli un manto rosso.  Gli angeli partecipano all’evento straordinario e guidano sul luogo i pastori.
   Sul crinale della montagna, davanti alla grotta vi sono i Re Magi con i doni, guidati qui dalla stella. Nella parte inferiore dell’icona sono dipinte due scene ispirate dai racconti degli apocrifi: la tentazione di San Giuseppe ed il bagno del Bambino. Nella parte sinistra vediamo Giuseppe seduto in atteggiamento pensieroso che s’interroga davanti al mistero. Ad incarnare il dubbio di Giuseppe è il pastore-diavolo, ritto davanti a lui e ben saldo sul suo bastone, che lo tenta insinuandogli che il Cristo non è il Figlio di Dio.  Nella parte destra dell’immagine troviamo due donne che provvedono al bagno del Bambino. Sono Eva la prima madre e Salome l’ostetrica che volle verificare il portento. Nel gesto del bagno viene prefigurato il Battesimo.  Tra le due scene vi è un alberello: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” (Is 11,1). L’arboscello è una risposta alle tentazioni del pastore.
   L’icona della Natività è quindi il prologo della storia della salvezza e rappresenta il compendio dei misteri della nostra Fede: l’Incarnazione, la Morte e la Resurrezione.
 
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